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lunedì 29 giugno 2009

L'ALEPH. Recensione di Maria Teresa Venezia al romanzo di Giuseppe D'Ambrosio Angelillo "SPINOZA SE NE VA IN TERRA SANTA", Acquaviva, maggio 2009



Devo dire che quando Giuseppe D'Ambrosio mi annunciò nel cuore dello scorso lunghissimo inverno: "Sai, Spinoza se ne va in Terra Santa...", guardai fuori dalla finestra la neve che non smetteva di cadere silenziosa e pensai: "Ecco, adesso ci si mette anche lui! E' uno dei suoi tiri di scrittore irriverente..." e invece, sul finire della primavera, quando mi ritrovai con il suo nuovo libro tra le mani capii che era tutto vero!

E non mi sono certo tirata indietro, avviandomi anch'io in compagnia del misterioso filosofo alla volta della Terra Santa di tutti noi...

Procedendo di giorno in giorno nell'attraversata, parola dopo parola, pagina dopo pagina e capitolo dopo capitolo, mi sono accorta che mi trovavo difronte a quello che Jorge-Luis Borges, grande maestro d'incantesimi, definì in uno dei suoi racconti più indimenticabili, un Aleph.

Giuseppe D'Ambrosio aveva indubbiamente scritto un libro così, un libro-Aleph, ma per farvi capire di più bisogna che provi a spiegarvi cos'è un Aleph...

Un Aleph è il punto che contiene ogni cosa, ma non è il semplice "riassunto" delle cose, racchiude ogni cosa nella sua completezza, è la coesistenza di tutto, accuratamente sovrapposta e trasparente, così da poter vedere nella sua distinzione ogni elemento come entità autonoma, è per questo che l'Aleph contiene anche noi stessi, quello che è stato, ogni luogo e anche il testo che state leggendo, ed è in virtù di questa insolita natura che Borges lo descrive agilmente, in poche pagine, eppure possiamo trovarvi in esse l'intera narrativa di Borges stesso, la sua vita e ogni cosa immaginata fino ad allora.

Possiamo trovare un Aleph nei punti più impensati, dietro una pietra o nell'angolo buio della cantina, probabilmente senza vederlo, una cosa comunque va ricordata, una piccola parte di Aleph è dentro ognuno di noi, lo costruiamo attivamente attimo dopo attimo e l'Aleph incompleto e parziale alimenta la memoria che contiene tutti i nostri passati distinti e innumerevoli, vita dopo vita...

"SPINOZA SE NE VA IN TERRA SANTA", non ho dubbi, ha queste caratteristiche, proprio per la capacità dello scrittore di farne un piccolo cosmo, un dispositivo che contiene a sua volta tanti piccoli mondi, tante, numerosissime vite, una carrellata costruita, a piccoli punti, di tipi umani straordinari, nel senso letterale del termine, fuori da ogni pensabilità, ordinarietà, dotati di nomi burleschi, fantasiosi, fiabeschi, inconcepibili, ma che non si possono dimenticare, Sciaccupazzu, Pizza Sconcosciata, Basco Rock, Afrone lo Sciattone, Alice Sfasciabrande, e così via, tutti descritti con una gioia contagiosa, sempre con quella rara generosità fino al ripudio di ogni senso del risparmio, o senso del limite narrativo, che ti fanno riconoscere lo stile di Giuseppe D'Ambrosio lontano un miglio.

Tra questi personaggi, le cui vicende s'intrecciano alla vita e nella vita di Joseph K., il protagonista, come una luminosa sciarada di fili colorati che si combinano e si scombinano per formare trama e tessuto del libro, ha un posto particolare un gatto, grosso e nero e parlante, che si chiama Nerino, un gatto con gli stivali, metropolitano, che vi sfido a mettere nel sacco, che accontentandosi di una scatoletta di tonno, possibilmente di quelle da 500 grammi, offre i suoi servigi al suo Joseph, un padrone un pò ingenuo e speranzoso, che vuole proprio bene a tutti, qualche volta, stralunato, che dorme e sogna, sogna e dorme, nella sua casa dei morti, là dalle parti della Barona.

Questo animale sapiente, vi ricorderà, è inevitabile, il gatto calzato della fiaba della vostra infanzia, anche se Nerino non arriva a trasformare il suo padrone nel Marchese di Carabas, ma certo, mettendolo in guardia dalle mille trappole di una Milano sempre più pornografica e sfrenata, lo strappa più volte dalle grinfie di astuti "volponi" e seducenti donnine.

La trama, lo avrete capito, è corale, fatta contemporaneamente di amori in corso e di flash-back di amori passati, di tradimenti e di amori superfatali, di incontri lungo un viaggio che è più un'attraversata, compiuta rigorosamente in tram, dell'amata Milano, con uno sfondo assolutamente non compatto, che lascia intravedere, a intermittenze, nel ricordo, la campagna, la Puglia e il suo sapore di terra, di frutti, di umori insinuanti, ed è così che s'infiltra incessantemente la presenza quasi fisica del paese natale, Acquaviva, con la nostalgia del padre, della madre, della loro lingua e dei proverbi dei compaesani, contraltare al cinismo, alla laconicità cittadina, al suo linguaggio finanziario e finalistico, quasi robotico.

D'Ambrosio va, lungo il fluire delle cose, delle vite, a cassetta del suo caleidoscopico carrozzone, guidando con mano leggera, va, lungo quell'arteria direttrice dell'intero romanzo, che è il correre, lo scorrere, l'andare, con le movenze dell'acqua, alla ricerca della Terra Santa di ciascuno e ci porta in una struttura narrativa che ci appare sempre più simile a un quadro di Marc Chagall, un mondo colorato che ci comunica allegria e tristezza e ironia e ancora allegria, un mondo colorato come se fosse visto attraverso le vetrate di un'antica cattedrale, o magari proprio dello stesso Duomo di Milano...

E se torniamo ancora a Chagall, quando dice:

"Mia soltanto è la patria della mia anima. Vi posso entrare senza passaporto e mi sento a casa, essa vede la mia tristezza, è la mia solitudine, ma non vi sono case, furono distrutte durante la mia infanzia, i loro inquilini volano ora nell'aria in cerca di una casa, vivono nella mia anima, perchè mia soltanto è la patria della mia anima..." ecco, c'è un'eco di questo medesimo pensiero nella Terra Santa di D'Ambrosio, che intimamente "lavorata" dalla metafora della lontananza e dell'approdo, dal desiderio della patria dell'anima, per ogni esule, come noi siamo, che cerca quella Gerusalemme indivisa in quanto tollerante di ogni differenza, perchè, in fondo, Gesù non era forse un Ebreo e un Palestinese?

Per questo penso che proprio là Spinoza doveva andare e allora correte a leggere la sua straordinaria lettera di commiato, con la sua firma, là, a conclusione del romanzo, perchè rappresenta la cifra dell'opera di D'Ambrosio e non dimenticatevi che il misterioso filosofo, fabbricatore di lenti e cabalista segreto, meditatore di Talmud e di Sephiroth, nella Gerusalemme del suo cuore, propose un modello di mondo in cui si tratta di:

"Attraversare la vita non con paura e pianto, ma in serenità, letizia e ilarità..."

E non è questo che Giuseppe D'Ambrosio, libro dopo libro, ci invita a fare?


MARIA TERESA VENEZIA

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