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giovedì 17 settembre 2009

Liberté, Egalité, Fraternité


martedì 8 settembre 2009

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domenica 6 settembre 2009


mercoledì 2 settembre 2009

IL PROSSIMO FILM DI ROBERTO BENIGNI racconto di D'Ambrosio Angelillo

Era un albergo nel centro di Milano. Con larghi piani, larghe camere, larghissimi cessi. Là ero andato con un paio di amici, Ferrovia Tedesca e Ale Birrazza. Avevamo fatto casino. Tipo allagare qualche camera di pin-up e poi urlare e ridere a squarciagola.
Nell'albergo c'erano pure tante vecchie attrici di Hollywood e tante vecchie signore danarose italoamericane.
Siamo scesi nell'atrio e poi siamo usciti.
All'ingresso c'era Roberto Benigni che parlava con una coppia di vecchi italoamericani. Sembravano tanto danarosi. Solo i vecchi, voglio dire.
- Ecco signora, diceva Roberto rivolgendosi stranamente solo alla vecchia, lei deve capire che avrei bisogno solo di un piccolo finanziamento e il mio prossimo film sarebbe già in dirittura di arrivo. Ce l'ho tutto nella testa, attori e attrici tutti reclutati, anche l'accalappiacani ho già reclutato, perchè poniamo il caso scappi un cagnolino a una diva, io sono già pronto per la malcapitata evenienza. Ecco avrei bisogno solo di un piccolo prestito. L'incasso sarebbe mondiale. Centinaia e centinaia di milioni di dollari in tutti i paesi della terra, compresa la California del Nord e la California del Sud. Per non dire miliardi. Ma che dico! Bilioni, non di biglie, sempre di dollari, cara signora mia.
- Quanto le occorrerebbe? - disse la signora.
- 75 milioni.
- 75 milioni di dollari?
- Macchè! 75 milioni delle vecchie lire scadute!
- Signor Benigni, lei scherza sempre.
- Beh, magari 175 milioni, ma sempre di vecchie lire avariate naturalmente non di dollari.
- Le vecchie lire non esistono più.
- Sì, ma gli artisti poveri sono ancora in giro.
- OH!
- Comunque i dollari sarebbero ben accetti, non più di 5 milioni.
La signora sbottò in un gridolino di sorpresa.
- No, no, signor Benigni, io non ho a disposizione una simile somma.
- Davvero?
- Davvero.
Allora Roberto, a questa notizia deleteria, salutò cortesemente, fece il baciamano e subito si scostò, lumò e abbordò con un gran sorriso un'altra signora italoamericana, anche questa dall'aria eccessivamente danarosa.
- Buon giorno, cara signora, posso presentarmi? Sono Roberto Benigni, il più grande cartonaro cinematografico italiano.
La nuova signora sorrise e si fece abbordare più che volentieri.
I miei amici si misero a osservare il nuovo numero di cabaret di Roberto.
Io invece seguii la prima coppia di vecchi italoamericani.
Avevo capito che Roberto non scherzava, davvero stava cercando i soldi per il suo prossimo film. E capivo benissimo se si era ridotto a abbordare vecchie signore americane per trovare finanziamenti. In Italia i grandi artisti son ridotti alla mendicità quasi, e se la passano male davvero, se vogliono continuare a lavorare, cioè a vivere.
E allora pensai: "Forse riesco io a convincere la vecchia signora".
Era intanto scoppiato un temporale improvviso e la coppia di vecchi italoamericani avevano preso un autobus, di quelli degli anni '60, con ancora gli sportelli enormi e le aperture a mano con le maniglie grosse e spesse più di un palmo.
Loro erano saliti e partiti.
E allora io mi son messo a inseguire il vecchio autobus di linea sotto la pioggia scrosciante. Con il serio rischio di essere investito. Poi a un semaforo rosso, sempre sotto la pioggia, mi avvicino allo sportello posteriore, lo apro deciso e entro. Salto su e sbatto lo sportello per chiuderlo di nuovo con un sol colpo. Vado a sedermi accanto alla signora, il suo consorte è seduto più avanti, chissà perchè.
- Signora. - le dico.
- Chi è lei?
- Sono un amico di Roberto Benigni.
- E allora?
- Roberto è uno dei più grandi registi italiani, avrebbe bisogno di un piccolo prestito.
- Oh.
- Roberto Benigni è un maestro, sa?
- Sì, lo so.
- Era amico intimo di Federico Fellini, è stato primo attore in un grande suo film.
- Quale? - chiese la signora.
"Beh, Joseph, forse ci siamo", pensai.
E così continuai.
- Un film molto famoso: "Fuga dalla vita", si chiamava. Un grande film che ha fatto epoca.
- Non me lo ricordo. - disse la signora.
- Sa, signora, l'Italia è come un paese di provincia, i grandi artisti davvero fanno fatica a lavorare, e a trovare finanziamenti.
- Ma come mai?
- Siamo un paesino di provincia, tutto sommato.
- Non si direbbe proprio.
- Signora, ma lo sa che in Italia non esiste la televisione?
- Ma che dice?
- Sì, siamo un minuscolo paese di provincia rispetto all'America, non abbiamo ancora la televisione.
- Ma davvero?
- Le assicuro, signora.
- E allora?
- Un piccolo finanziamento, signora, io so che lei potrebbe.
- Ma quanto voleva esattamente?
- 75 milioni di dollari, mi sembra di aver capito, magari 175.
- Ma io non sono assolutamente in grado di disporre di una simile somma.
- E tra i suoi amici miliardari californiani, magari ebrei?
- E loro sì che potrebbero.
- E allora, signora, mi faccia una promessa.
- Quale?
- Mi prometta che chiederà a un suo amico il finanziamento e che glielo spedirà a Roberto.
- Beh, questo lo posso fare.
- Lo farà? Davvero?
- Certo, mio caro giovanotto. Glielo prometto che lo farò e lo farò.
- Grazie, grazie, son sicuro che ci riuscirà.
- Sì, le voglio confessare una cosa: mai un giovanotto mi ha inseguito sotto la pioggia rincorrendo perfino un autobus nel traffico pazzo di una città italiana. Mi ha fatto come vivere in un film. Chiederò a qualche mio amico miliardario, forse ce la farò.
- Grazie, grazie. - feci allora io e le prendo la mano e gliela bacio.
Guardo la vecchia signora italoamericana e vedo che ha due grossi lucciconi agli occhi, sul punto di traboccare ma senza traboccare. Due grosse piccole lacrime.
Allora io apro lo sportello, e ancora a un semaforo rosso, scendo e sbatto il portellone per chiudere.
Il marito, seduto a una delle file davanti dell'autobus, non si era accorto di niente.
L'autista aveva visto tutto dallo specchietto retrovisore, ma aveva commentato il tutto solo con due smorfie di malsopportazione, una a salire una a scendere. D'altronde il bus era davvero antiquato, e lui non poteva farci niente se qualcuno al semaforo rosso saliva e scendeva aprendo e chiudendo lo sportello. Non poteva far altro che sopportare, o meglio malsopportare.
L'autobus ripartì springando e sbuffando a tutto andare. Io salutai l'ultima volta con la mano la vecchia signora e mi incamminai verso l'antica piazza del centro di Milano.
Così come aveva piovuto così d'improvviso aveva spiovuto, e anzi un bel sole caldo s'era già affacciato tra i nuvoloni nerissimi di quel temporale repentino.

giuseppe d'ambrosio angelillo, SUPERPAZZI, racconti metropolitani

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martedì 1 settembre 2009

IL RIPOSO DI DIO aforisma di D'Ambrosio Angelillo

Il settimo giorno Dio si riposò,
mi sa tanto che ancora continua a riposarsi alla grande
a vedere ciò che gli uomini
riescono a combinare su questa povera terra.

giuseppe d'ambrosio angelillo