regala Libri Acquaviva

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martedì 28 dicembre 2010

I SOGNI di d'ambrosio angelillo


I sogni son fatti di foglie verdi di alberi che crescono in aperta campagna. Una campagna piena di pietre e di allegria, che lasciano sempre il cielo come lo trovano: aperto e meraviglioso.
I sogni son fatti di ali di angeli pazzi che danno le loro magie a tutti i camerieri e a tutti i piatti, e il nostro tavolo si mette a ballare come l'acqua di un fiume.
I sogni son fatti di una farina di pagliaccio che scende dal grande circo della mente e serve amore come un dio dove c'è silenzio e ansia, perchè come noi non si sa proprio dove andare.
Si racconta che Prometeo regalasse un sogno a ogni uomo per fargli accendere un fuoco invisibile anche nella dura notte del sonno, e si potesse così sapere che un nuovo mattino era pur sempre da qualche parte, forse proprio là, sotto la pietra amorfa che ci angustiava così tanto.
Ma a ben saperla anche il sogno è vita vera, ed è potente come il pensiero.
Sì, i sogni di tutti gli uomini sono il cuore del mondo, che fanno vivere la città, la pietra e l'acqua del fiume.
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giuseppe d'ambrosio angelillo
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passaparola

lunedì 27 dicembre 2010

.LA PAROLA PIU' GRANDE DEL MONDO. raccontino di d'ambrosio angelillo


C'era una volta una Nazione così grande che conteneva in sè tutte le altre nazioni del mondo. Quella nazione forse era l'America. E in questa nazione c'era una metropoli così grande che forse conteneva in sè tutte le altre metropoli del mondo, e questa metropoli forse era New York. E in questa metropoli c'era un quartiere così ricco e grande che forse conteneva in sè tutti gli altri quartieri ricchi e grandi del mondo, e questo quartiere era forse Little Italy. E in questo quartiere c'era un palazzo così ricco e grande che conteneva in sè tutti i palazzi ricchi e grandi del mondo, e questo palazzo era forse il Palazzo dei Poveri dello Stadera di Milano. E in questo palazzo c'era una stanza così piena di libri che forse conteneva in sè tutti i libri del mondo, e questa stanza è forse la mia stanza dove io faccio i miei libri Acquaviva. E in questa stanza piena di libri c'era un libro così grande che conteneva in sè tutti i libri del mondo, e in questo libro c'era solo un pupazzo e sulla sua fronte c'era solo una scritta, e questa scritta diceva solo una parola: IO.
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E questa è la parola più grande di tutte e contiene in sè tutti gli uomini e tutti i libri del mondo, e pure tutte le stanze, tutti i palazzi, tutti i quartieri, tutte le metropoli e tutte le nazioni del mondo. E io credo pure, con una certa qual sicurezza, che contenga dentro sè anche tutto il mondo. Almeno tutto il mondo che si dice sia degli uomini. E delle loro parole.
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giuseppe d'ambrosio angelillo


passaparola

domenica 26 dicembre 2010

DOPO NATALE di d'ambrosio angelillo


Dopo Natale, appena il giorno dopo, a Santo Stefano, arriva una grande tristezza. Ti è subito chiaro che la tua bontà non è bastata, che il malvagio, già il giorno dopo, ha di nuovo subito prevalso, e senza andare troppo lontano, proprio là vicino a te, nella tua famiglia. Che tutto il mondo è ritornato tale e quale a com'era prima, che non è cambiato proprio niente. Gesù Bambino è nato, e i pastori son tornati a casa loro, son tornati a casa loro pure i Re Magi. Che sono tornati a fare i prepotenti i re e i ricconi. Che la pistola ha sparato pure il giorno di Natale, senza pietà. Che Dio è tornato di marmo e dall'altra parte dell'altare della chiesa. Che il mostro invisibile è di nuovo tornato a colpire nell'ombra. Che la pace e il sorriso son durati un secondo. Gli uomini son tornati tutti sordi e ciechi a rubare e a sputare sul loro prossimo. Nemmeno il tempo di digerire il pranzo imbottatrippe, gravido di oche, polli, pesci e maiali. La panza non ha avuto nemmeno il tempo di svuotarsi che l'anima e i suoi buoni propositi son tornati sulla piazza, sul bancone della contrattazione, a vendersi e a offrirsi al miglior offerente. Il cuore s'è abboffato troppo di bontà per un solo giorno di pace, appena dopo è tornato di pietra e a non aver pietà nemmeno di se stesso. Il troppo amore di Natale rischia di far schiattare tutti se continua il giorno dopo, è mille volte più facile per l'uomo fare il servo di mammona, che essere liberi nella buona novella della nascita di Gesù.
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d'ambrosio angelillo
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sabato 25 dicembre 2010

ALDA MERINI Gesù Bambino poesie piccola casa editrice ACQUAVIVA



GENEROSO NATALE
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Oh, generoso Natale di sempre!
Un mitico bambino
che viene qui nel mondo
e allarga le braccia
per il nostro dolore.
Non crescere, bambino,
generoso poeta
che un giorno tutti chiameranno Gesù.
Per ora sei soltanto
un magico bambino
che ride della vita
e non sa mentire.
ALDA MERINI
Natale 2002
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I MIEI NATALI CON ALDA MERINI
E' fatale per me a Natale ricordarmi per tutto il giorno della mia cara amica Alda Merini. Erano anni su anni che il giorno della vigilia, appena finito di tenere la mia bancarella di libri dietro il Duomo o in piazza Cordusio, tornavo a casa, lasciavo il tavolo e la borsa dei libri e andavo da lei, nella sua casa sul Naviglio Grande. Guai a non andarci, o anche solo a insinuare la possibilità della grande stanchezza o dell'ora tarda e quindi di mancare all'appuntamento, lei non voleva sentire ragioni, bisognava andarci e basta. Arrivavo a casa sua più o meno verso le 9 di sera, quando per tutta la città ormai fervevano furiosi i preparativi della cena della Vigilia. Arrivavo e praticamente ero sempre l'ultimo amico che andava a darle gli auguri di Natale, per tutta la giornata era stata una processione incessante dei suoi amici, che erano davvero tantissimi, dei suoi collaboratori, dei suoi editori, grandi e piccoli, o piccolissimi, o semplici ammiratori. Trovavo la casa molto calda, e non per le stufe, che in casa di Alda in inverno erano sempre tante e sempre tenute al massimo, no, non era per la temperatura, seppure alta, era per l'atmosfera di festa e di allegria e di intensa umanità che si respirava, per tutta la gente sorridente e soddisfatta che era passata di là per quel giorno così particolare. E poi c'era lei, la Musa vivente della grandiosa e gloriosa e antica poesia italiana.
Alda subito mi riceveva tutta contenta e mi chiedeva come era andata la giornata, se aveva fatto troppo freddo, "Tu mi ricordi sempre la piccola fiammiferaia a pensarti lì, al freddo, a vendere i tuoi librini", mi diceva spesso. Poi chiedeva cosa le avevo portato in regalo, e tutta ansiosa e curiosa come una bambina, non vedeva l'ora di vedere quello che di solito portavo in una misera busta di plastica, perchè di preparare i pacchettini non avevo mai tempo. E allora le mostravo i 20 o 30 libri Acquaviva che di solito le portavo, più di tutti, prima che i suoi, che mi dettava da anni, era sempre il "Pinocchio" di Collodi quello che amava di più ricevere in dono, doni che poi lei ridonava ai nugoli dei suoi visitatori. "La pubblicità che ti faccio io con questi libri che dono non te la fa nessuno", mi diceva. Era vero, donava i miei libri e a ciascuno parlava un pò di me e di quella mia strana follia che mi aveva portato a diventare l'autoproduttore di me stesso, e in via fortunata anche di lei. Poi le portavo una Madonnina di ceramica comprata da vicino al Duomo, o qualche Madonnina di plastica piena di acqua santa, dono a lei sempre molto caro. Lei prendeva la Madonnina, la baciava e immancabilmente vedevo i suoi occhi bagnarsi di lacrime per un attimo, poi subito si riprendeva, e mi diceva: "Vai di là, guarda che c'è un cestino di dolci, prendilo". Io andavo di là, nel tinello, e vedevo il tavolo pieno di mazzi di rose, di libri suoi dei grandi editori, pacchi di viveri di tutte le qualità e misure, foto giganti sue, quadri, statue di santi, e tantissime altre cose belle e luccicanti, tutti doni per lei ricevuti durante l'arco della giornata dalla pletora davvero sterminata dei suoi visitatori.
Vedevo il pacco dei dolcetti e era un grosso pacco di almeno 4 o 5 chili di dolciumi di tutti i colori e di varie specialità.
"Alda, son troppi. Sei sicura che devo prenderli tutti io?", le chiedevo alzando la voce per farmi sentire fin da lei, rimasta in camera da letto.
E allora lei arrivava, ciabattando lesta come al solito, e tutta piena di energia.
"Sì. Sì. Prendi tutto tu. Io sono già troppo grassa. Non posso mangiare tutta questa roba, ne ho già mangiati tantissimi", diceva lei, e prendendo una grossa borsa di panno, conservata apposta per me, metteva dentro tutto il cesto dei dolci, poi prendeva alla rinfusa, come veniva, un grosso cotechino, una bottiglia di spumante, un babbo natale parlante e ballerino dei cinesi, torroncini, grosse cioccolate, e ficcava con foga tutto dentro la borsa.
"Prendi, prendi. Chi vuoi che si mangi tutta questa roba? Se ne mangio anche solo un quinto schiatto. Mi prendo un'indigestione tale che me ne vado diretta all'altro mondo", diceva lei e scoppiava a ridere.
Poi diceva: "Prendi una bottiglia di spumante e aprila. Brindiamo al Santo Natale prima che vai via".
Sul tavolo c'erano sempre almeno una decina di bottiglie di spumante di varie marche e qualità, tutte diverse l'una dall'altra, doni anche quelle di chissà quanti fedeli ammiratori, o ammiratrici.
Allora ne prendevo una e andavo di là e l'aprivo.
Lei si sdraiava sul letto, buttandosi di peso, e diceva:
"Ehi! Stai attento a non centrarmi la lampadina con il tappo!".
Io miravo a un angolo del soffitto e sparavo il tappo dove ero sicuro che non avrebbe fatto danni.
PAM!, e riempivo due bicchieri di cucina, lei si bagnava semplicemente le labbra, assaggiava soltanto. Poi mi diceva: "Bevi! Bevi tu ! Che oggi hai preso troppo freddo!".
Io bevevo di gusto e anche perchè avevo sete, sete che avevo represso per tutto il giorno. E mi rinfrancavo.
Poi ci davamo il Buon Natale, baciandoci sulle guance e infine mi diceva:
"Vai ora! Che è diventato troppo tardi! Vai e porta questi regali ai bambini. Più tardi telefonami, e dimmi se son piaciuti i dolci e i giocattoli ai bambini!"
Io mi scolavo il bicchiere di spumante e andavo.
"Ti telefono più tardi! Vai ora!", mi diceva e io finalmente andavo.
Tornavo a casa e portavo tutto ai miei.
"Da parte di nonna Alda", dicevo e i bambini erano davvero contentissimi.
Più tardi, verso mezzanotte, Alda telefonava sempre:
"Allora? Son piaciuti i regali ai bambini?"
"Sì, Alda, moltissimo".
"E i dolcetti?"
"Buonissimi".
"Beh, Buon Natale, Giuseppe".
"Buon Natale, Alda".
"Domani vengono le mie figlie. Speriamo bene. Ti telefono verso sera. Buona notte, Giuseppe".
"Buona notte, Alda".
Metteva giù. Di solito era sempre mezzanotte passata. E di fuori già scoppiavano a tutt'andare i botti dei monelli sotto il mio palazzo di quartiere popolare.
Il giorno dopo, a Natale, mi telefonava sempre sul tardi e mi raccontava come era andata la giornata, e mi chiedeva come l'avessi passata io, se era stato davvero un buon Natale.
... Oggi, il 25 dicembre 2010, me ne stavo di là, nella mia camera studio piena colma di libri e di manoscritti, e giornali e riviste, e guardavo con un sorriso una foto molto bella di Alda, una polaroid fatta da Giuliano Grittini, e mentre guardavo con malinconia, ma anche con dolcezza questa foto, alla radio, ascoltavo Radio Italia, hanno mandato in onda una canzone di Giovanni Nuti, fatta sui versi di Alda, "questo non è poesia", e io mi sono sentito come se Alda mi avesse mandato un messaggio, il giorno di Natale e proprio mentre stavo guardando una sua foto, una sua canzone m'è arrivata per radio, in mezzo alle canzoni di Natale, sue canzoni che mandano molto raramente. Io mi sono sentito come se Alda avesse voluto parlarmi e allora io, che per oggi non volevo accendere per niente il computer, sono venuto al mio tavolo di lavoro ho aperto il mio blog e ho scritto questo post.
BUON NATALE, CARISSIMA ALDA,
DOVUNQUE TU SIA!
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Giuseppe D'Ambrosio Angelillo
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(il libro "Gesù Bambino" di Alda è un vecchio libro Acquaviva, del dicembre 2002, ormai esaurito da tempo)

on google books:

giovedì 23 dicembre 2010

TANTI CARI AUGURI DI BUON NATALE A TUTTI! dal sempre vostro Giuseppe D'Ambrosio Angelillo



Il Natale è un'idea che ci ricompone con una certa felice sensazione di nascita, cioè di una nostra stessa possibile felice rinascita.

Il Natale è un giorno che per forza di cose ci fa ricordare la nostra infanzia, e di come si era molto intelligenti già così piccoli ma con una grandezza e una purezza che oggi ci possiamo soltanto sognare.

Il Natale è il nostro cuore che se ne diventa misteriosamente e miracolosamente buono, senza un possibile giustificato perchè, nonostante i tempi bui che stiamo vivendo.

Il Natale è un pranzo troppo squisito nonostante i nostri 4 soldi spesi alla carlona nella ressa allucinante del supermercato.

Il Natale è la nostra vita che vuole disperatamente diventare migliore nonostante facciamo solo gli spazzini in questo fantasmagorico luna park dove siamo stati assunti per singolare carità di patria.

Il Natale è una poesia che vuole a tutti i costi addolcirsi nonostante si sia un pò tutti ormai da tempo senza più zucchero, senza più miele, senza più nemmeno una ciliegia, fosse pure sotto spirito, per embargo di una potenza superiore e straniera che non sappiamo chi sia e nemmeno come diavolo possa mai chiamarsi.

Il Natale è un mazzo di parole spuntate apposta per non offendere e non far del male a nessuno se proprio non riusciamo a voler bene, almeno come primo passo, anche se del tutto insufficiente, a tentare di amare un'altra volta.

Il Natale è un Angelo del quale ci siamo del tutto scordati l'esistenza anche se ogni giorno si aggrappa alle nostre orecchie e ci insinua sempre tra tutte le nostre amarezze un sussurro di speranza.

Il Natale è un orologio finalmente fermo su un attimo di vera tentata felicità.

Il Natale è un euro d'oro, dato a uno sguardo di un povero, che ci ha ricordato ancora una volta che siamo tutti fratelli, anche per coloro che stanno mille volte peggio di noi.

Il Natale è un panettone da mangiare insieme almeno in 30, e vedere che siamo in tanti ad aver bisogno degli altri e che la vera allegria viene fuori proprio da questo: dallo stare insieme e dalla contentezza di potersi ancora aiutare tra veri amici.

Il Natale è un futuro fatto almeno di un giorno felice e aver voglia di tornare a casa perchè davvero là ci aspettano con trepidazione e ci vogliono davvero bene anche se forse ce lo dicono così raramente, ma non è questo naturalmente ciò che conta più di tutto.

Il Natale è volere davvero un Buon Natale per tutti, nessuno escluso, e adoperarsi almeno per quel che ci compete di avverarlo.

Buon Natale a tutti, cari...

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Giuseppe D'Ambrosio Angelillo

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mercoledì 22 dicembre 2010

Giuseppe D'Ambrosio Angelillo PARTITA A CALCIO CON PASOLINI racconto piccola casa editrice ACQUAVIVA


RACCONTO METROPOLITANO
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Niccolò Alberici BLUES DELL'ANIMA ROSSA piccola casa editrice ACQUAVIVA


recensione del quotidiano romano "Il Tempo"
sul libro di poesie di Niccolò Alberici BLUES DELL'ANIMA ROSSA

martedì 21 dicembre 2010

NATALE ALLA STAZIONE CENTRALE DI MILANO racconto di d'ambrosio angelillo


Giuseppe se ne stava lì a guardare i locomotori a riscaldare i motori elettrici e pensare ai soldi che non aveva per comprare i biglietti. Era la sera di Natale e ognuno partiva per casa sua con il caldo incontrollabile della voglia di tornare. La gente si accalcava e si spintonava da tutte le parti, verso tutte le direzioni, e le luminarie di tanti alberi decorati e i miliardi di luci e lucine degli addobbi. Arrivati già da un giorno alla Stazione Centrale di Milano, se ne stavano lì a perdere tempo tra le sale d'attesa, i ricoveri degli accattoni e i caffè sempre affollati. E i treni arrivavano e partivano a miriadi per tutte le città d'Italia e d'Europa. Nessuno se ne stava lì a pensare a loro. A dir loro una parola buona o a portare un bicchiere di bevanda calda. Di uomini buoni non se ne vedeva nemmeno l'ombra là intorno, almeno in quei frangenti. Solo treni e treni che con fiati di mostri sputavano sibili e sbuffi da tutti i binari e da tutte le banchine. Tutti se ne correvano in giro con gran fretta e furia. Loro seduti in un angolo oscuro e freddo della stazione se ne stavano fermi e muti per ore e ore. Che ci faceva una donna incinta così bella alla stazione a tutte le ore nessuno se lo chiedeva. I poliziotti severi controllavano a caso documenti e facce di balordi e malviventi ma, caso strano, a loro non andavano nemmeno a dare un'occhiata, caso mai avessero bisogno di qualcosa. I ferrovieri si affaticavano a più non posso tra corridoi e spianate di piazza nella stazione, a parlare di orari, prenotazioni e biglietti. Nessuno si curava nè si occupava di una ragazza bellissima che lì nell'angolo aspettava di dare alla luce il suo bambino. Anche i preti non s'accorgevano di nulla e passavano a testa bassa pensando ai passi di un oscuro vangelo, facendo pure mostra di saperlo a memoria. I treni sferragliavano come titani meccanici, e il bambino aspettava ancora di venire al mondo. Le arcate metalliche della stazione erano gelate e oltre, verso le aperture gigantesche del fondo, turbinava furiosa una tempesta di neve che intirizziva pure le postazioni degli ambulanti che vendevano panini caldi e caffè bollenti. E la notte avanzava, la città si raccoglieva serena nella dolcezza della venuta santa del Natale. E sconosciuti si scontravano con sconosciuti nella corsa a prendere ormai gli ultimi treni in partenza. E lassù tra gli archi e la neve già arrivavano gli angeli e i pastori e i contadini e le pecore e i Re Magi.
Giuseppe prepara il giaciglio di paglia, maglie di lana e vecchi cappotti sistemati come un nido, il bue e l'asinello già sono là che soffiano i loro fiati caldi.
Maria finalmente dà alla luce il suo Santo Bambino, e i poveri e gli umili, come in un presepe, sorridono, danno quel che hanno, molto poco in verità, ma si chinano e offrono i loro doni, felici, e pregano che tutto vada per il meglio. Là, in un angolo oscuro e appartato della Stazione Centrale di Milano. I treni arrivano e partono come se niente fosse. Corrono sempre i ferrovieri alle loro incombenze, s'affrettano i passeggeri ai loro convogli, scrutano severi i sospetti i poliziotti. Passa perfino un prete con un vangelo aperto sotto il naso, leggendo, senza badare a niente.
E' nato Gesù Bambino quest'anno alla Stazione Centrale di MIlano, ma chi se n'è accorto?
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Giuseppe D'Ambrosio Angelillo
Natale 1979
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Gabriele Prigioni PRELUDIO D'AMORE romanzo piccola casa editrice ACQUAVIVA


"L'intelletto cerca,
ma chi trova è il cuore".
GEORGE SAND
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L'avvincente e particolare storia d'amore tra il geniale musicista Frederic Chopin e la grande scrittrice George Sand.

CHRISTMAS IN NEW YORK racconto di d'ambrosio angelillo

Un pino di mare, che fin da quando andavo in chiesa da ragazzino mi faceva discorrere con Dio e rispondermi con mia paura con l'acqua che scorreva nella vasca della cucina, che dall'oscura coscienza dell'uovo mi riportava ai tuoi capelli biondi ancora sognati nel senso della vita raccontato da Giuseppe e Maria, mentre i monelli rubavano le caramelle al prete e prendevano a calci il teschio di un monaco venuto giù dal XVI° secolo. E il convento e la fretta della metropoli tra i barattoli di coca-cola e le tazzone di caffè americano, le altezze vertiginose dei grattacieli, giganti di mattoni in piedi, le bottiglie di whisky che abbiamo viste e mai bevute, mentre la guerra era un'idea di guerra non ancora guerra e la pace era un'idea di pace non ancora pace, mentre i locali notturni di noi colombi italiani ci intrattenevano a seguire almeno con l'occhio le andature da fotomodelle di tutti questi immensi automatismi di Nuova York, che ti porta sempre in su con l'ascensore di qualsiasi giorno, mentre la neve cadendo ti augura con la sua bianchissima volontà Buon Natale...
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Giuseppe D'Ambrosio Angelillo

Marco Pitzen LA QUESTIONE ABITATIVA saggio ACQUAVIVA




Saggio sui problemi dell'abitare a Milano.

Giuseppe D'Ambrosio Angelillo LA GRANDE MILANO racconto piccola casa editrice ACQUAVIVA


un giovane alla ricerca disperata del SUO lavoro
nella selvaggia giungla milanese.
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DOSTOEVSKIJ L'Albero di Natale e lo sposalizio racconto piccola casa editrice ACQUAVIVA


"I bambini sono lo specchio più vero dell'anima dell'uomo. Il Natale è lo specchio più bello del suo sogno di Bene".
DOSTOEVSKIJ
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sabato 18 dicembre 2010

IL FILM DI 15 SECONDI DI ROBERTO BENIGNI racconto di d'ambrosio angelillo

C'era Roberto Benigni che doveva proiettare il suo nuovo film in una sala affollata di giornalisti e di critici.
Viene da me e mi dice:
"Mi raccomando, guardalo, che voglio sapere ciò che ne pensi tu".
"Va bene", dico io.
C'è molta ressa.
Finalmente proiettano il film, dura solo 15 secondi.
Io non faccio in tempo a vederlo. E' così breve e c'era così tanta gente che mi premeva da tutte le parti che non riesco a guardarlo nemmeno.
Tutti commentano. E io non so che dicono.
Benigni viene da me e mi chiede:
"Allora? Che ne pensi?"
Io non so che rispondere, annaspo nel vuoto, poi gli dico:
"Scusa, Roberto, ma che volevi dire con questo film?"
"Cazzo! E' quello che voglio sapere da te! E tu lo chiedi a me?", si arrabbia lui.
Io allora gli dico la verità.
"Roberto, non son riuscito nemmeno a vederlo. Quando l'hanno proiettato io ero in una posizione tale che la proiezione si è incastrata proprio tra due vetri, s'è fatto tanti riflessi e io non ho visto niente".
Allora lui dice:
" Va bene, non è nulla".
Monta subito in sala su un tavolo un proiettore e sedutastante
proietta sul muro che in quel caso aveva le porte di un ascensore in mezzo chiuse.
Roberto fa andare il marchingegno. Si proietta il film. Ma proprio in quel momento si aprono le porte dell'ascensore. E di nuovo il film si vede e non si vede.
La proiezione finisce. Io di nuovo non ho visto niente.
Benigni mi dice:
"Allora? Che ne pensi?"
Io nicchio, non so che dire.
"Ma, Roberto, che volevi dire con questo film? Non l'ho mica capito".
"Ma cazzo! E' quello che voglio sapere da te! E tu lo chiedi a me? Dimmi finalmente che ne pensi! Se è una schifezza dimmelo pure!", s'infuria lui.
Io allora mi sforzo, connetto le scene frammentarie che ho intravisto a malapena.
"Beh, Roberto, ho visto un uomo nudo con una cravatta, nudo a metà perchè si è aperto l'ascensore, poi ho visto un albero che rideva. Poi è finito il film. La storia è bella. Cosa ci può fare un uomo mezzo nudo con la cravatta con un albero che ride non lo so. Ma forse il film non vuol dire niente ma quel niente fa ridere perchè l'uomo nudo visto a mezzo con la cravatta fa veramente ridere, infatti l'albero si mette a ridere", dico io, così come mi viene.
Ho paura che Roberto si arrabbi di nuovo.
Invece mi abbraccia e mi dice:
"Finalmente qualcuno mi ha spiegato questa cazzata che mi è venuta di girare, e che non capivo nemmeno io!"
Mi ricordo che sull'intestazione del film, appena cominciava a essere proiettato c'era scritto: "Famiglia Cristiana".
E io ho pensato: "Anche le riviste ora si mettono a fare film. Mah! Sarà l'unico sponsor che Roberto è riuscito a trovare".
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giuseppe d'ambrosio angelillo,
OGNI NOTTE UN SOGNO racconti
Acquaviva, dicembre 2010
www.libriacquaviva.org
www.dambrosioangelillo.it

giovedì 16 dicembre 2010

L'ASINA VERDE racconto contadino di D'Ambrosio Angelillo



In groppa a un asino di cartone se ne andava un giorno Avram Lisciaebussa, un vecchio contadino galiota e imbroglione di Acquaviva, pure famoso sensale di gente da poco, e che fa? non ti incontra un altro asino come lui e così su due piedi subito gli fa:
"O caro asino mio bello".
"Fermo là! Che già so quello che mi dirai", gli dice l'asino.
"E che ti dirò?"
"Che hai bella pronta un'asina piùcchè sciccosa tutta apposta per me".
"E che ? Te ne dispiace?", fa Avram.
"No. Per dirti la verità no", dice l'asino, che di nome faceva Colummo e aveva fama di essere alquanto irascibile e violento.
"E allora! Ho un'asina davvero bella che fa al caso tuo, tutta verde e con un sacco di granaglie per dote".
"No. No. Non fa per me", disse Colummo, tutto scettico.
"Poco male. Ne ho un'altra sottomano tutta apposta per te. E' nera come la pece, ma ha perfino un sacco di grano in dote", disse Avram, furbo come 50 volpi di pelo fino.
"No. No. Non fa per me", disse anche questa volta l'asino.
"Allora la vuoi un'asina tutta d'oro con una catena di brillanti al collo?", disse Avram.
"No. No. Perdi tempo con me".
"E che asina allora vuoi?", disse Avram, tutto paziente come i migliori imbroglioni sulla piazza.
"Una che mi voglia bene", disse l'asino.
"Ah! Presto fatto! Ne ho una di cartavelina proprio in tasca", disse Avram.
"E' verde anche questa? E sei sicuro che mi amerà fino alla fine dei miei giorni?", chiese l'asino, tutto dubbioso.
"E' tutta verde e ti amerà fino alla fine di tutti i tuoi giorni, nessuno escluso", confermò Avram, con aria arcisicura.
"Bene. Questa la prendo", disse felice l'asino. "Quanto ti devo dare allora?"
"Dammi i due sacchi di sale che porti in groppa e l'affare è fatto".
"Bene", disse Colummo.
Ma fatto sta che il padrone di Colummo, un certo Tatasigna, gli aveva detto al suo asino prima di partire: "Colummo mio, se qualcuno ti vuole prendere i due sacchi di sale tu prima dagli un calcione forte nel didietro e poi chiedigli di che male di pancia patisce".
E Colummo così fece, tirò un calcio a tiro dritto a Avram e alla sua asina verde di cartone, e lo fece volare dritto dritto in un fiume, a lui e alla sua asina di cartapesta compresa.
"Maledetto asino! Cosa hai fatto?", urlò Avram ormai in mezzo ai flutti.
"Ma scusami un pò, brutto imbroglione, ma come fa un'asina di cartavelina a volermi bene se è appunto fatta di carta? E poi, come vedi, non sa nemmeno nuotare e aiutare nel pericolo neanche il suo padrone, al quale pure dovrebbe essere molto affezionato", disse Colummo.
Avram ce la mise tutta per salvarsi, ma l'asina verde di cartone si rovinò tutta e non potè più portarlo in groppa.
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GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
storie contadine

domenica 12 dicembre 2010

Giuseppe D'Ambrosio Angelillo


on www.books.google.com

sabato 11 dicembre 2010

IL BAMBINO IN MANICOMIO (Storia di Natale) racconto di D'Ambrosio Angelillo


C'era una volta in un manicomio un bambino. L'aveva portato là sua madre dicendo che era un bambino pazzo. A quei tempi (ora non so proprio) andava così, una madre si stancava del suo bambino, per una serie di motivi che non sto qui a elencare ma che potevano essere per esempio i capricci o il nervosismo, e lo si poteva portare al manicomio. I medici ascoltavano le lamentele e le rimostranze della madre e mai quelle del bambino, che quasi mai veniva interrogato, e accettavano il ricovero, dopo il disbrigo di certe pratiche. La madre di solito si scordava il bambino al manicomio e la cosa finiva lì. Finiva per modo di dire perchè il bambino cresceva in manicomio e continuava lì la sua triste vita. La madre invece viveva felice con il suo nuovo amante, o faceva le vacanze libera in America tentando talvolta pure la carriera di attrice o di scrittrice di grido. O altre cose di questo genere.
E così il bambino rimaneva al manicomio da solo, abbandonato da tutti, perfino da sua madre, perchè ritenuto pazzo. Ma non si sapeva bene del resto se pazza invece non era sua madre che abbandonava in maniera così orrenda il proprio figliolo, e non fossero dei pazzi addirittura gli stessi medici, che i pazzi dovevano proprio curarli, se accettavano così a cuor leggero un bambino nel loro manicomio, luogo certo poco raccomandabile per i piccoli di tutte le età, ma forse anche loro avevano i loro bravi motivi per fare una cosa del genere, tipo le donazioni all'ospedale o i contributi dello Stato al buon funzionamento dello stabile di cura e segregazione. Tutti avevano i loro buoni motivi, anche i preti forse a sostenere che Dio in certi casi si mostra davvero un pò distratto. Tutti tranne il bambino, costretto a rimanere solo per il resto della sua vita. Per il resto della sua vita in compagnia di matti veri o presunti anche loro, povere creature.
E rimanendo da solo sempre il bambino naturalmente rimaneva solo anche la notte di Natale.
E la notte di Natale, quando tutti i matti erano nei loro letti addormentati, perlopiù dalle medicine e dai farmaci, e gli infermieri e i dottori erano chiusi nei loro studi a festeggiare o a guardare la televisione, ecco che il bambino incontra per caso la grande poetessa Alda Merini, anche lei in manicomio per motivi che erano certamente di tutti gli altri tranne che i suoi.
Alda aveva una grande pietà per questo bambino, che praticamente vide crescere in manicomio, in mezzo agli altri matti, veri o presunti che fossero. Lui era l'unico bambino del manicomio, e Alda gli voleva molto bene (una volta, tanto tempo fa, mi disse pure come si chiamava, ma io me ne sono scordato, avrò appuntato pure il suo nome da qualche parte, ma nella babilonia delle mie carte non riesco più a trovare la nota, ma nonostante tutto mi piace chiamarlo proprio così: bambino, perchè forse proprio così lo chiamava anche Alda).
Alda non dormiva quella notte di Natale, perchè apposta aveva fatto finta di prendere le medicine per dormire (i medici non lo scoprirono mai ma lei sempre faceva così, prendeva al massimo un terzo dei farmaci che le davano, e così si salvò da quel luogo di dolori), per restare sveglia e pregare. Al bambino forse non davano le medicine per dormire, ma gliene davano altre.
"Alda, mi fai un pupazzo di neve?", disse il bambino a Alda.
Quel giorno aveva nevicato molto a Milano e il giardino del manicomio era davvero tutto innevato.
"Certo, caro", disse Alda senza pensarci su un attimo.
E allora si vestirono e si coprirono di tutto punto perchè fuori faceva troppo freddo e uscirono, scavalcando una finestra (erano a pianterreno) anche perchè i dottori e gli infermieri erano a giocare a carte e a distrarsi nelle loro stanze perchè dopotutto era la Notte di Natale.
Alda e il bambino così andarono nel giardino e Alda pian piano fece il pupazzo di neve. Due bottoni per occhi, una penna per naso, un berretto con un cartoncino rosso, due sterpi per braccia e una sciarpa al collo perchè davvero faceva troppo freddo.
"E' bello?", chiese Alda al bambino.
Ma la faccia del bambino era rimasta ancora molto triste.
"Che c'è, caro? Non ti piace forse?", chiese allora Alda al bambino.
"Sì, mi piace. Ma gli dici ora di portarmi via di qui?", disse il bambino.
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Giuseppe D'Ambrosio Angelillo
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martedì 7 dicembre 2010

NEVE poesia di D'Ambrosio Angelillo

Neve che vieni da chissà dove
per cadere su questa sporca terra,
che prega e telefona
a un sorriso lontano
che freme fermo in una tristezza
o in una faccia malinconica
con solo i sogni a raccogliere nuovi tesori.
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Neve che cadi illuminata
per spegnerti subito su questa sporca terra,
tu ci vuoi immacolati, lo so,
ma la città ha una testa nera
e i tetti sono fondi di barche arrugginite,
naufragate per sempre in un mare
di sguardi inferociti.
Che povera gente
siamo ormai diventati tutti quanti,
cattivi e bestiali,
e senza più comprensione,
ormai senza più pietà.
E tu candida, candidi ci vuoi a noi tutti pure,
perchè il tempo è una girandola di mondi
che come te vengono dai cieli
e ai cieli agognano,
perchè il cuore è una grande patria
e noi tutti qui piangiamo di nostalgia
a pensare sempre a tutto il nostro amore.
Andato sperduto ormai
in un ricordo di desiderio oscuro
che s'allontana sempre più.
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Giuseppe D'Ambrosio Angelillo
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www.dambrosioangelillo.it


Alda Merini MARIA poesie, racconti, pensieri ACQUAVIVA


"... Sempre hanno parlato d'invidia del pene, d'invidia della donna, non hanno parlato di una cosa, letterati compresi, di ciò che una donna ha in sè: la sua favola..."
ALDA MERINI

Giuseppe D'Ambrosio Angelillo STORIE CONTADINE piccola casa editrice ACQUAVIVA


"Io credo sul serio che non esista a questo mondo
una scena più nobile di un uomo
che lavora tranquillo il suo pezzo di terra".
G. D'AMBROSIO ANGELILLO

lunedì 6 dicembre 2010

Giuseppe D'Ambrosio Angelillo, davanti alla Feltrinelli in attesa di una risposta per un suo romanzo (nè positiva nè negativa), nel 1989


domenica 5 dicembre 2010

RACCONTI DI NATALE piccola casa editrice ACQUAVIVA


NATALE piccola casa editrice ACQUAVIVA