regala Libri Acquaviva

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CHARLES BUKOWSKI, Tubinga, MARC CHAGALL, Milano, ALDA MERINI, Grecia, Utopia, ROMANZI, Acquaviva delle Fonti, RACCONTI CONTADINI, America, POESIE, ERNST BLOCH, Sogni, Gatti Pazzi, Spinoza, FEDOR DOSTOEVSKIJ, ITALIA, New York, FEDERICO FELLINI, Poesie di Natale

domenica 27 novembre 2016

IL TERRONE NORDISTA

Giuseppe D'Ambrosio Angelillo
IL TERRONE NORDISTA
racconti
ACQUAVIVA, 2016

Questi anni da nulla
Ladri e Spinozisti
Partita a calcio con Pasolini
La lampadina
Cassano
Il lupo con il vestito di pollo
Il Terrone Nordista
Un bambino in manicomio
L'asina verde
Natale alla Stazione Centrale di Milano
Il prossimo film di Roberto Benigni
I 2 pubblicani
La parola più grande sel mondo
I miei Natali con Alda


prossimamente su Google Books

IL NOSTRO PAESE ANTICO


IL NOSTRO PAESE ANTICO

son stato anch'io una volta
nella terra della mia calda Utopia,
son passato anch'io con un treno fugace
nella mia città felice,
il mio sorriso di manicomio
era la mia felicità,
la mia follia fuori luogo era la mia terra dei contadini
nella piazza del mondo ormai in allegria,
una corsa verso un muro
a sbatterci la testa
è stata la nostra grande rivoluzione,
là diventammo tutti fratelli,
a dividerci la pagnotta,
la fame
e la poesia.
gli ipocriti erano in cattedra
e tenevano il tempo di tutta quanta la fantasmagoria,
si aspettava pure il Messia,
perduto anche lui nella stessa massa,
era un monaco barbuto e pazzo,
che amava tutti
perché così da qualche parte era pure scritto.

e noi ragazzi, come tanti pesci,
volavamo sui campi di grano,
facendo l'amore
e urlando felici.
di cosa non lo so mica,
forse solo della stessa vita.
ci esaltammo
e diventammo i primi.
poi forse fu proprio per questo
che cademmo nella polvere.
masticammo amaro
e ridemmo pure.
non si può amare un fratello
che non ti vuole e scarta.
ci svegliammo all'alba,
con un gallo matto che cantava ancora sui covoni,
la libertà non è per tutti,
soprattutto per la gente che non la vuole.
ce ne andammo a casa,
a piedi e non più in treno,
si era rotto tutto,
specialmente nell'anima nostra,
da dove ancora voltandoci avanti,
vediamo sorridendo l'Utopia antica.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO

non conta più rivoltarsi
non conta più pietrificarsi,
ora il tempo è passato 
e le serpi han cessato di schizzare veleni,
se fu vero amore lo sanno solo i cuori.
non conta più attaccarsi al soldo
non conta più contar le terre,
ora non ci sono più mille superbie da sopportare,
ora ami invisibile, mamma,
nel mio letto trovo ancora rifugio
tra le tue calde coperte.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO

tutti i patimenti degli abbandoni
stanno sulla quella balaustra del passato
che si tiene in equilibrio per ritorsione,
ma è ancora coraggioso l'antico cavaliere,
quello che accendeva la luce alle regine
e lui si accontentava dell'ombra,
l'amore ti passa accanto e non ti riconosce,
tu lo guardi passare e ti senti più sicuro.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
vita, perdonami
se molte volte ho insistito a molestarti,
ero povero di silenzi
e avevo paura degli altri.
ma quando ho capito che sei libertà,
ho riso e ho buttato via
tutti quei sacchi di fame e bisogni.
ora sei sempre nella mia mente
che ridi pure tu
con la cara compagnia di tutti i miei figli.
con la matta filosofia
di tutti questi amori malvissuti per destino.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
O ANIMA CARA

o anima cara, che ti porto a cassone sulle spalle
come il più lieto e pesante peso
di tutta questa casa così piena di illusioni,
me ne vado tra mercati di gente dolce e malandrina,
cercando robe vecchie, scassate bancarelle di antiche osterie,
viaggio turbato e contento,
aspettando tram, perdendo sempre treni.
è questa la natura,
questo il paese degli angeli,
l'inferno dei tristi tornaconti,
acchiappo cuori e cornamuse scassate,
mi sento fortunato con questi quattro canti che vendo.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO

QUEL SEMPRE INCERTO EQUILIBRIO

ho raggiunto un equilibro tra il nulla e l'illusione,
tra il me stesso che vuole sprofondare
e il me stesso che vuole volare,
è la voce della luna dell'anima mia,
quella che dice di non guardarti mai allo specchio,
ci passa così tanta gente canterina,
tanti draghi delle fasulle passate fantasie,
quei tiranni malandrini che mai vennero in contatto
con quel gran teatro dell'anima mia,
tornerò viaggiatore ancora una volta
di quelle dolci colline dove vivono beati
tutti i villaggi dei miei matti contadini,
le loro certe conoscenze,
le loro spalle cariche dei sacchi di tutti quegli anni infelici.
l'uomo è sempre messo tra due nulla,
due illusioni,
due diavoli che ti ingannano,
come ti accarezzano piano
quei due angeli pazzi del tuo destino.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO


lunedì 21 novembre 2016

A COSIMO DAMIANO DAMATO

A COSIMO DAMIANO DAMATO

C'era una volta un marinaio con la faccia di gatto,
stancato dalle tempeste, 
ma leggero  e col mestiere certo del mago,
ricordava sempre nei suoi strani spettacoli il mare
e il viaggio,
il cielo e le nuvole,
si chiamava Cosimo
ma era molto altro ancora.
Era un elfo antico
con le tasche sempre piene di rocce,
pietre di vulcani non ancora spenti,
di trulli diroccati, di castelli sgretolati
ma ancora in guerra col tempo,
di ricordi ammassati alla rinfusa in un porto di casa,
dove i bicchieri erano pieni di lacrime
e le sere di amori belli,
lo ricordano tutti nella bettola sul lungomare,
la berretta in testa e il sigaro acceso in qualsiasi posto.
La faccia a pensare tra le mani
e il bambino a girovagare sul ponte del galeone.
"Ogni marinaio è senza pensieri,
tranne del porto dove deve ancora arrivare",
cantava una signorina.
ma nessuno diceva no
al timido marinaio che ancora doveva partire.
Il porto si riempiva di nebbie,
le navi di rose bianche.
Cosimo parlava la lingua 
delle strane magie delle storie volanti nell'aria,
nei cinema di periferia.
Bestemmiava,
bofonchiava,
dirigeva la scena,
spegneva infine la luce.
Cosimo avvinghiava il peccato
con la bellezza,
riemergeva fuori porto,
dirigeva un teatro di 10.000 anime,
diventava un sacerdote di una intera città di chiese,
era il sagrestano di una piazza tutta piena di poveri.
Lui diceva di essere questo, quello, quell'altro ancora,
ma chi lo poteva mai dire
se era un marinaio di una nave pirata pure lui
e batteva l'intero Mediterraneo
solo per rubare le caramelle 
al tabaccaio del porto di Barletta.
Cosimo mena mazzate morali
ma nessuno se ne accorge
perché sono tutti offesi e demoralizzati 
per altre cose 
ben diverse,
tipo l'età avanzata,
la moglie che si vuole comprare il rossetto
e il bene taroccato da vilipendio.
Ebbene sì! Cosimo naviga in piena vita d'alto mare,
accarezza i molluschi e sgrida gli squali,
di più non so
o colpevolmente me lo sono già scordato.
Cosimo somiglia molto a un navigatore dei tempi antichi
quando bastava bestemmiare il maroso
e già si arrivava a destinazione,
al tempo la vita non era cattiva,
bastava dire
e gli elementi ti ascoltavano.
Ora a Cosimo basta pensare di essere un marinaio
in rotta precisa verso la libertà
e il mare da suo grande amico 
immediatamente l'accontenta.
Lui allora sorride
e sa che è quella la giusta direzione
per qualsiasi posto si sia deciso di andare.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO


timido come son io 
ne troverete tra i leoni,
le capre
e i somari vari.
sono una statua che grida dalla sua colonna,
canto semplice, come un gallo all'arrivo del nuovo giorno,
mi rinforzo col dubbio,
vado avanti a succhi d'uova,
faccio festa con il certo,
e mi accontento del poco.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO 

CINA


CINA

Cina sapiente, muraglia d'argento
e vaso d'oro,
specchio di demone che sempre ti guarda,
confetti di sorrisi
e armature di coraggio.
dovizie infinite di merci,
giallo autunnale di patriarchi antichi,
che amano moltitudini di figlie felici,
e con quelle vanno benedicendo il mondo,
vantando la vita sempre fin dove arrivano.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO 

LA MINIERA PAZZA DELLA MIA GIOCORELLERIA

con la piccozza lieve della mia massa
bonariamente scavo la mia miniera di giocherellone,
sono come un animale dello zoo dei bambini,
parlo davvero troppo e così tutti mi danno addosso,
ho studiato davvero troppo da buffone,
ora son qui che nascondo la mia sapienza,
se lo sapessero pure i mostri della sapienza mia
mi tirerebbero il collo e così sia.
ma io son furbo e mi nascondo,
son nella miniera mia
che gioco con l'ingegno mio.
ci trovo maghi, fate e gnomi vari,
mi diverto molto,
son pure un maestro dell'epoca mia,
pazzi, mostri e varia buffoneria.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO


se vuoi sapere di me
vai nel giardino in fiore
e guarda il nulla che so,
come il ragno che tesse la sua tela
con la sua saliva senza parole,
vedi come pure io sono vittima 
della mia stessa materia,
che guardo la mia anima
e la offro gratis ai migliori sanguinari,
ai più sapienti ipocriti,
che leggono il mio nome
e mi danno subito del pazzo,
senza manco pensarci su un secondo.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO

STRATEGIA DI KAFKA
salvo sei se te ne stai nascosto,
se mangi ceci neri
e se ti rifiuti a chi ti cerca,
per il resto
vai in mensa e parla senza farti capire,
poi fai il muratore
e non professare mai nessuna fede
in nessuna parola.
GDA

LO STRANO MAGISTERO DI UN POETA DI STRADA


LO STRANO MAGISTERO DI UN POETA DI STRADA

il mio magistero io lo esercito per strada,
tra le pietre antiche di una piazza incantata,
in piedi davanti al mio altare pieno di dei pazzi,
dalle menti agitate di misteri e poesie di innamorati,
accerchiato da giganti che ne hanno raccontate di cosucce
all'intera umanità, versi di vendetta, romanzi di riscossa,
così folle come sono pure io.
il mio magistero io lo esercito in solitudine,
a turisti portoghesi come parlando 
il dialetto di una città lontanissima,
a gente comune interessata di antiche profezie,
a ragazze tedesche che vogliono sapere del Natale italiano,
a studenti di filosofia che vogliono imparare
a piantare nelle nebbie alberi di limone,
a cuochi veneti e siciliani
che vogliono cucinare antichi piatti di verdure contadini
conditi per caso con foglie aromatiche
dell'albero della conoscenza,
il mio magistero io lo esercito per strada
davanti a una cattedrale tra le più belle del mondo,
bevendo ogni tanto il liquore rosso amaro e dolce
di una vita all'avventura inventata come una poesia là per là.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO

sabato 19 novembre 2016

A NICOLA VACCA


A NICOLA VACCA

Nicola, castellano veterano di nuova e antica grande poesia,
gioiese gioioso giocoso,
la musa ti rende sempre festoso, maestoso,
qualche volta ringhioso,
ma sei sempre tu,
un leone sapiente di veri versi d'oro,
che tu regali agli amici con i tuoi sorrisi sinceri,
passano gli anni ma tu sei sempre lo stesso,
regali a chi t'incontra scrigni di coraggiosa ricchezza:
la tua schietta gioia di abbracciare vecchi amici,
anche se poi la vita non si scorda mai
di lasciarti nelle tasche
gli amari confetti del nulla di questo triste mondo.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
a Nicola Vacca

ALDA


Quanti sogni ho fatto! 
Erano comunque sogni stupendi, pieni di colore, sogni che ti dicevano: 
"Dai alzati! La vita è bella; 
è come ce la insegna la natura, 
è sempre al di fuori della tua angoscia"...
E allora mi levavo a sedere sul letto e i sogni scomparivano
ed entrava l'aria pura del mattino e il mio corpo era una statua bellissima,
la statua di un guerriero pronto a combattere
e a battersi per la propria giornata.

ALDA MERINI

martedì 15 novembre 2016


c'è davvero un circo fantasmagorico in piazza del Duomo,
una folla sterminata di occhi alla ricerca di qualcosa
che balla nelle alte sfere
come nelle basse,
qualcosa di sensuale,
qualcosa di azzurro,
che ci tiri fuori da uno stagno fermo
di una solitudine sempre incerta,
ma il vortice s'affretta verso sera,
non s'è trovato ancora niente
e ultima risorsa rimane allora
la fantasia lenta della notte,
là le alte sfere si scontrano con le basse
e gli occhi hanno finalmente di che trovare spettacoli
nell'ampia valle della vita di Milano sognatrice,
tra le ombre scure di mille chimere intorpidite.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO

mercoledì 9 novembre 2016


L'AMORE, LA VITA

pochi capiscono che l'amore è sterminato come la vita,
pochi capiscono che la vita è forte
e come l'amore splende e nasce
a ogni nascere del giorno.
ogni sole che sorge al mondo
porta una messe di miracoli
che ognuno può vedere
e pur'anche toccare con mano.

ma pochi vedono che l'amore cammina con tutte le gambe
in giro per il mondo,
è il silenzio
ed è la poesia.
è il mantello della natura
che copre tutti gli errori degli uomini.
pochi vedono di cosa è capace di inventarsi l'amore.
di che parole è capace di pronunciare,
di che imprese mettersi ad affrontare.
ci sono cavalieri che volano sulla luna,
ci sono maghe che montano su favole più grosse della luna.
là vanno gli uomini a pascersi di follia,
a sapersi amanti
e mangiarsi pane e verità.
ognuno è grande nel suo mistero,
e questo mistero si chiama vita,
questo mistero si chiama amore.
è un assurdo teatro senza perché
che anche le pietre si mettono a cantare.
la vita è sempre più grande di tutti gli errori,
l'amore è sempre più grande di tutti i misfatti.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO

IL MIO PAZZO DESTINO DI POETA MILANESE

questa corda di libertà che mi lega a Milano
e mi spinge adagio con il vento
dove sempre sogna il mio destino
di stendere lenzuola ai balconi dei canti,
e stringere forte questa mia musa
che mi sfinisce e mai mi fa aspettare,
vorrei dirvi di essere indifeso e solo,
ma chissà perché vi racconto sempre
che mi sono innamorato di non so che,
sempre di qualcosina un po' più del nulla
che invece per me è tutto,
e allora vi dico che son forte
e c'è una moltitudine attorno a me
che mi spinge adagio avanti con il vento
dove sempre sogna il mio destino:
di vedervi tutti compresi e amati
come conviene che dica e sia
ogni mia pazza poesia.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
PENSIERI AL FREDDO

alle 5 cala il sole
e ci si accontenta di contare il buio,
l'amore viene poi,
ora ci sono i pensieri al freddo da curare,
da stenderli per strada
e vedere che effetto fanno agli sconosciuti.
stasera vedremo sotto le lenzuola
chi c'è rimasto vivo
o c'è ancora da mangiare fantasmi
invece dell'amore.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO

SOGNO

ieri ho attraversato un oceano in bottiglia
per bermi un momento d'amore in armonia,
ma mi son scordato l'orario del ritorno
così andavo e andavo e quasi m'affogavo,
non arrivavo mai al casamento in questione,
alla fine mi son stufato
e son tornato a casa in tiramento
per mangiarmi un riso,
e raccontare una favola al mio stordimento.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO

POETI PER NIENTE

siam poeti per niente,
chissà quanti ci buttano
appena s'accorgono che si può essere devoti
a migliori fari di luce,
ci buttano nel fango come se nulla fosse,
ci pestano i piedi che portiamo nudi,
soltanto che ci chiedono ogni tanto
qualche pensiero, qualche meditazione,
qualche bagliore di Dio nella busta della spesa quasi piena,
manca loro sempre qualcosa
che mai san chiamare col suo vero nome,
quella nostra poesia della vita,
che spesso si scordano la via e il cognome...
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO

IL DUOMO

sei caro a tutti, Duomo mio,
a ricchi e poveri, a arruffoni e sfaccendati,
a tristi e allegri, a furfanti e santi.
sei una montagna di fiori di marmo
che chiama tutte le api fin dai luoghi più lontani,
sei la pineta di statue fiorita
che chiama il sole e chiama la pioggia,
e con tutti i tempi sempre splendi, Duomo mio,
e quanto t'amano mai nessuno osa dirlo,
hai in te Dio, gli uomini e l'amore migliore,
sei bello di giorno nel pandemonio degli affari quotidiani
sei bello di notte nel silenzio del firmamento di tutte le stelle,
non sei di nessuno perché sei di tutti,
brilli, brilli di bellezza e passione,
nessuno ti può dire mai
quanto ti ama Milano e l'Italia intera...
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO


Cari amici miei, è per voi che io fatico su me stesso
per farmi crescere qualche bosco di fiere poesie
tra i miei capelli, per donare a voi
qualche ramo di vischio imbrunito
che con esili gambette si metta a correre
come un bacio allegro per i vostri amori.
son solo pensieri di bene
che ognuno di noi gentilmente regala al mondo
per farsi sentire tra tutte le cose che non si sanno
e chissà perché non si fanno mai sapere agli altri.
se per timore o ritrosia,
non sapremo mai come in verità siamo così necessari
gli uni agli altri.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
dedicata a Marta Colomba e Antonio Ziccardi

lunedì 7 novembre 2016


PROBLEMI D'ALTRI TEMPI

quando ero un giovane con la faccia stupita
mi meravigliavo di trovare ogni bellezza
nel comodo letto del millantatore,
mi dicevo: "che vada di moda la fantasmeria?".
poi mi mettevo tranquillo
e giocavo a scacchi con i pedoni usati
della mia prima fanteria.
ma vedevo ancora le belle ragazze
correre dietro i rimbambiti e gli scaltri,
mi dicevo: "porca miseria, non passa mai di moda
questo cristo di fiore rosso all'occhiello!"
io mi lisciavo piano la barba nera
e mi davo al bordeggiare lento
dei velieri d'alto mare,
dove la solitudine è un vero portento.
i masnadieri e i filibustieri spadroneggiavano
dovunque andassi, anche lì, in piena pirateria,
mi decisi così di confidarmi in sogno
solo con i miei angeli o i miei demoni che fossero,
nel pandemonio spirituale dell'umanità mia,
probabilmente del tutto pazza
ma almeno un po' fatta di sincera poesia...
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO

CINEMA ITALIANO CONTEMPORANEO

nel cinema dai larghi visi,
che ipnotizzano le anime degli uomini,
si servono piatti di provenienza protetta
dove per astuta buona educazione
tirano precisi su tutti gli istinti, 
alti o bassi non ha importanza,
è molto importante però 
che siano parecchio annacquati.
è una cucina di alto lignaggio,
uova, zucche e pan grattato.
fan contente tutte le mogli,
i figli ormai son per altri lidi,
è la sorte ormai di tutti gli artisti
quella di sperare in un colpo di fortuna,
perché i miracoli di certo son tutti prenotati.
lo stupore della sala buia
l'assenza della maschera che guida al posto giusto,
i tavolini con la tovaglia nuova,
la lasagna è servita dopo il pomeriggio,
il pollo arrosto a tutte le ore,
lo zuccherino e la caramella colorata è gratis.
ne vedi tre e ne paghi due,
la cioccolata è garantita.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO

ALTRI TEMPI

aspetta, aspetta che la mamma ha fatto gli gnocchi,
perché tu invece della sapienza
ti sei risolto in un soldo,
ma io mi ricordo di quando i ragazzi
si abbracciavano alla morosa
e si dicevano: "io sono l'imperatore.
ma ricordati, bella, che se mi lasci 
ridivento un poveraccio".
si soffriva, si lottava, si rideva,
veniva il gelo e veniva il bisogno
ma a difenderci sempre c'era la nostra risata.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO
IL VENDITORE DI ALMANACCHI
DI PIAZZA DUOMO

i ferri del mestiere mi riempiono il magazzino,
non ho più un mezzo angolo libero,
grido a tutti: "storielline, almanacchi, poesiole!"
e liscio i milanesi
come fossero per davvero i miei datori di lavoro.
e lavoro me ne danno
perché pane e mortadella
me li compro grazie a loro,
che non avendo nessuno di questi tempi
che gli porti qualche sorriso in casa loro
mi mandano a me in un negozio di fantasia
a comprargli fichi secchi
e storie allegre di sottile chincaglieria.
molti mi credono un poveraccio fanfarone
ma loro basta che si costruiscano case
e si comprino fini spezie d'oltre mare,
e son felici come pasque 
quando tornano pieni di oro, mirra e frenesia.
i milanesi sono tutti benestanti,
ma solo entro la cerchia della terza circonvallazione,
il resto son tutti miei vicini
che campano di povertà rinomata
e di qualche altra ritoccata furberia.
ma al centro la cesta dei regali è sempre piena
marroni, gran panettoni e capitoni vivi,
io mi metto in un angolo a vista
e con la mia bella faccia tosta,
rispecchiata a ogni mattina nell'acqua chiara del Naviglio
grido: "fiabe, storielline, romanzoni!
rifate allegra la Milano nostra!"
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO



MASTRO GEPPETTO
E IL SUO GRANDIOSO NEGOZIO DI GIOCATTOLI
ANDATI A MALE

l'hanno mandato all'ospedale perché era del tutto matto,
vendeva giocattoli usati al mercato delle storie andate a male,
ma nell'anima sua camminava sempre all'indietro
e mai in avanti. per questo gli girava sempre la testa,
perché aveva coraggio
ma viveva in una sputacchiera 
un po' allargata dal soverchio uso.
vendeva cappotti per topi
e scialli di lana grigia per gatti,
polvere di strade d'America
e ruote di vecchie culle di legno di contadini.
pillole di felicità
e mule meccaniche che tiravano calci furibondi.
fidanzate fatte di fiori di primavera
e bufere invernali tutte piene 
di fiocchi di neve di alta montagna.
quando finalmente lo cacciarono dall'ospedale,
lui prese un triciclo e se ne andò a giocare in cortile,
recitando a memoria la poesia di Pinocchio
quando finalmente diventa bambino
e smette per sempre di essere un burattino.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO

IL ROBOT COMANDANTE

quello si crede bello
perché ha una rotellina nel cervello,
inghiotte case e tram in disuso,
fabbrica risate di ferro
buone per ogni stile e per ogni stagione,
vende sempre bene e incassa anche meglio,
ha una vera miniera d'oro
nella grande fesseria di tutti gli altri.
impianta la sua rigogliosa tabaccheria d'insulti
e mette manichini di donna per ogni marciapiede.
vende passeggiate di lusso
su trampolini stranieri,
tutti si vendono
ma non ci guadagna mai nessuno.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO

LA MANGIONA DEL LAVORO ALTRUI

l'è diventata una riccona 
la ladra dei libri della circonvallazione,
quella che si faceva cartomante
là dietro il bancone dell'incasso
col baccalà marinato mezzo vivo e mezzo morto,
quella che spacciava biscotti
dietro la macchina del suo liquore arrotondato.
ma di bella rotonda c'era solo la sua voracità
di marmitte piene, sia di pasta scotta
che di fiorini laccati oro che sono sempre i più sopraffini,
"è andato il santo che faceva la guardia", diceva lei
e si sentiva in dovere di fare tutto quello che le garbava a lei,
e ancora continua a fare il bello e il cattivo tempo...
ma verrà pure il tempo del cattivo pagatore,
quello che arriva con gli scontrini tutti in fila
batte la pietra e sorseggia il vino.
al banchetto non ci andare
se non hai niente da donare...
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO


LOTTA CON UN GATTO

gli mandai il gatto a litigare con lui al posto mio,
ben 140 quadri m'aveva rubato
e infatti non li rividi mai più.
lui spaventava gli artisti col suo coltello
e il suo cipiglio nero,
ma dopo il latrocinio spariva
e non si faceva più vedere,
tutta crusca finita al diavolo
che di santa farina bianca non ne capiva 
manco anche di un solo chicco di grano,
era solo un uccellaccio del malaugurio
amico di altri scagnozzi pari suoi,
sempre in giro a caccia di bottiglioni di vini buoni
e di tasche piene di colori dei pittori buontemponi,
tutta roba buona da riciclare poi al mercato nero
dei grossi rospi del quartiere quasi sempre alluvionato.
pioggia nera e bestemmiata
che dopo una disgrazia eccola là che arriva l'altra,
peggio dei più scapestrati vagabondi,
furti, vino e sboccate a terra,
che il peggio non esiste più
se tutt'intorno non c'è altro che il peggio.
GIUSEPPE D'AMBROSIO ANGELILLO